Martedì 19 febbraio Daniele Tornar compie 70 anni. E la targa col suo nome che ha campeggiato per decenni nell’ambulatorio di piazza dei Mille verrà staccata. «Vado in pensione, la legge dice che oltre non posso continuare, anche se tanti miei pazienti mi hanno già avvertito: “Dottore, so dove abita, verrò a farmi visitare a casa sua”», sorride.Poi aggiunge: «Le manifestazioni di affetto che sto ricevendo mi hanno emozionato, tanti sono venuti a trovarmi per darmi semplicemente un abbraccio, una famiglia mi ha fatto addirittura una targa, c’è scritto “a un uomo e a un medico esemplare”. Sono gesti che ti fanno capire che alla fine probabilmente hai fatto un buon lavoro e che il rapporto si interromperà solo teoricamente: se avranno bisogno, io ci sarò».nel nome del padreTornar indossò la prima volta il camice da medico di base nel 1978, una tradizione di famiglia, considerato che anche il padre Riccardo è stato uno dei dottori storici in città. Dagli anni Novanta è diventato massimalista, ha raggiunto cioè il numero massimo di 1500 pazienti previsto dalla legge. «Quanti livornesi sono stati miei assistiti? Non li ho mai contati, ma credo di non esagerare se dico almeno 10mila. Devo ringraziare mia moglie Manuela, che mi ha sopportato», racconta. «Questo lavoro è un’arma a doppio taglio, quando azzecchi una diagnosi, magari importante, può subentrare la soddisfazione professionale, ma a volte sono diagnosi gravi e allora vorresti aver sbagliato».LE VISITE IN OSPEDALEIn questi 41 anni, Tornar ha salito e sceso le scale di migliaia di abitazioni e tutti i giorni ha varcato la soglia dell’ospedale. «Il paziente ha bisogno di non sentirsi mai abbandonato – sottolinea Tornar -: quando viene ricoverato si trova spaesato e il fatto che il proprio medico lo vada a trovare ha un impatto psicologico importante, lo fa sentire protetto. Per questo il rapporto tra medici di base e ospedalieri è fondamentale. Tra l’altro il medico di base può dare un apporto determinante perché conosce tutta la storia del paziente».FARE IL MEDICO È MISSIONE«Ma questo lavoro – continua – è un impegno a tutto tondo, non ti occupi solo della parte clinica, ma anche di quella umana, ti prendi carico di problemi che con la medicina non hanno niente a che vedere, fai anche il babbo – racconta -: una volta mi chiamò la mamma di un mio paziente che era in servizio militare. “Dottore venga, il mi’ figliolo è tornato in licenza e dice che non vuol rientrare al reparto”. Andai a casa, ci parlai, non voleva più mettersi la divisa. Chiamai i carabinieri e mi dissero che era già stato dichiarato disertore, allora ci parlai, lo convinsi, lo caricai in macchina, lo portai in caserma e riuscii a risolvere il problema». I ricordi si moltiplicano: «Avevo un paziente eroinomane, guidava i camion. Un pomeriggio venne in ambulatorio, era chiaramente sotto effetto di eroina. Da tanto gli dicevo di entrare in comunità, lui minimizzava. Gli chiesi quando avrebbe dovuto guidare il camion. Mi rispose “stasera”. Gli dissi che avrei chiamato la polizia se non fosse venuto con me alla comunità di San Benedetto in piazza XX. Ce lo portai per i capelli, entrò in comunità, è guarito». LE FRUSTATE SULLA PELLE«Un giorno suor Raffaella mi chiese se potevo assistere i migranti che arrivavano, oggi voglio ringraziarla – racconta Tornar -: è stata un’esperienza di totale arricchimento, vieni a conoscere situazioni incredibili. Mi portarono un ragazzo gli levarono la camicia e vidi delle cicatrici lungo la schiena: erano frustate, in vita mia non le avevo mai viste. Ne ho visitati tanti di ragazzi così, mi spiace solo non aver mai potuto approfondire la loro storia. È stata un’esperienza che insieme al Parco del Mulino e all’Associazione Persone Down mi hanno fatto molto crescere».L’IMPEGNO NEL SOCIALEChiuso l’ambulatorio, Tornar farà il nonno della piccola Aurora, figlia della figlia Giorgia, ma la sua attività sociale non si fermerà, anzi. 12 anni fa, seguendo il figlio Davide, fu tra i fondatori del Parco del Mulino, della cui cooperativa sociale è presidente. «Abbiamo tante attività per i piccolini, per i medi, per i grandi, più l’inserimento lavorativo, tramite la cooperativa, delle persone Down, dunque il Ca’ Moro il parcheggio camper, la pizzeria dove i ragazzi fanno le pizze: in 12 anni siamo arrivati ad offrire alla città una risposta importante sul tema della riabilitazione, l’Asl collabora con noi, ci invia ragazzi e le risposte ci sono. L’inserimento dei ragazzi al lavoro è uno spettacolo: pensate che oggi sono 11 quelli inseriti nella cooperativa con contratto a tempo indeterminato».

Giulio Corsi

IlTirreno_15_2_2019